L’ultima di Ingroia, onorevole
Antonio Ingroia ha forse deciso di appesantire il lavoro del Csm e del ministro della Giustizia, Paola Severino. Come non bastassero l’emergenza carceri e la riforma del sistema giudiziario, come se il Guardasigilli e l’organo di autogoverno dei giudici non avessero sufficienti dossier da disbrigare. Compresi quelli che di recente hanno cagionato amare fascicolazioni proprio al sostituto procuratore di Palermo, nella sua qualità di ostinato pescatore di pataccari (Ciancimino Jr.) e relatore di congressi politici (Pdci).
22 AGO 20

Antonio Ingroia ha forse deciso di appesantire il lavoro del Csm e del ministro della Giustizia, Paola Severino. Come non bastassero l’emergenza carceri e la riforma del sistema giudiziario, come se il Guardasigilli e l’organo di autogoverno dei giudici non avessero sufficienti dossier da disbrigare. Compresi quelli che di recente hanno cagionato amare fascicolazioni proprio al sostituto procuratore di Palermo, nella sua qualità di ostinato pescatore di pataccari (Ciancimino Jr.) e relatore di congressi politici (Pdci).
Che dunque? Ieri, interpellato via radio dai giornalisti della “Zanzara”, Antonio Ingroia ha infilato una serie di enormità politiche, ideologiche e personali da antologia dell’orrore manettaro. Transeat l’ossessione antiberlusconiana – “Berlusconi ha detto che Dell’Utri ha sofferto 19 anni di gogna? Quando era al governo poteva fare una riforma della giustizia per accorciare i tempi dei processi, invece ha fatto esattamente il contrario”.
Ma sulla protervia con la quale Ingroia ha nuovamente definito Dell’Utri “ambasciatore di Cosa Nostra nel mondo imprenditoriale e finanziario milanese”, malgrado la recente sentenza della Cassazione abbia sbriciolato la tesi del procuratore, volete dire qualcosa, ministro Severino e giudici del Csm?
Ingroia ha certo il diritto di randellare (metafora) Luciano Violante (Pd), ritenuto colpevole d’intelligenza con il nemico – la politica intera, senza distinzioni topografiche –, dandogli dell’incoerente perché “oggi scrive che la magistratura dovrebbe essere subordinata alla politica”.
Ingroia ha certo il diritto di randellare (metafora) Luciano Violante (Pd), ritenuto colpevole d’intelligenza con il nemico – la politica intera, senza distinzioni topografiche –, dandogli dell’incoerente perché “oggi scrive che la magistratura dovrebbe essere subordinata alla politica”.
Ma può al tempo stesso, il togato Ingroia, sfidare bullescamente il Csm dicendo che tornerebbe “anche domani” al congresso dei Comunisti italiani (“ma andrei a parlare di giustizia pure dal Pdl”, irride)?
C’è infine da chiedersi fino a che punto il suo diritto di provocazione possa dilatarsi, senza entrare in fragorosa contraddizione con il compito di un magistrato vocato a stabilire dov’è il bene e a perseguire il male, una volta registrata la seguente proposizione del sostituto procuratore palermitano (sempre alla “Zanzara”): “Una candidatura politica? Mai dire mai, sicuramente dopo la magistratura mi voglio occupare della società”.
Ecco il punto: il togato Ingroia della società già si occupa, e con una funzione talmente delicata, così gravida di responsabilità e implicazioni attinenti – si parva licet – alla libertà e alla galera, che le sue parole di ieri costituiscono ipso facto una buona ragione per congedarlo dalla magistratura. C’è o no una giusta causa per disimpegnarlo dalla fatica d’investigare, assegnandogli il posto che gli compete nel circo mediatico-politico e che di fatto già occupa? Se perfino il pataccaro Ciancimino Jr., suo prediletto, ha detto ieri che il noto pm si è troppo esposto, non faranno fatica ad accorgersene il Gurdasigilli e il Csm.